“Generazione di Fenomeni”
di Gaetano Curreri con Fabio Masi
(Rai Eri)

Per il 40° anniversario della formazione degli Stadio, Gaetano Curreri ci ha regalato un libro (e un lungometraggio) dove ci fa rivivere, dalle prime radio pirata all’era delle radio commerciali, dai concerti nei locali di provincia ai palcoscenici internazionali, la storia degli Stadio, che è quella di un autentico laboratorio di canzoni di successo che ha saputo rinnovarsi continuamente, rimanendo fedele alla propria anima originaria. In questo libro dall’ampio respiro narrativo, la vicenda umana e professionale di Curreri e della sua band si intreccia alla stessa storia d’Italia, portandoci dalla Bologna degli anni Settanta a un concerto con Berlinguer in platea, nelle cantine di Amburgo e ai piedi del Muro di Berlino, e da New York a Gerusalemme.
Riviviamo la composizione di Albachiara accanto a Vasco Rossi, scopriamo i dietro le quinte di un epico tour con Dalla e De Gregori, calchiamo il palco di Sanremo nella notte più emozionante, quella della vittoria del 2016. E molto altro ancora. In quarant’anni è cambiato tutto… O quasi. Perché il talento, l’amore per le canzoni e il bisogno di esprimere la verità del mondo e dei sentimenti non sono cambiati. Per questo, se chiedi chi erano gli Stadio, tutti ti risponderanno: sono un pezzo di ciascuno di noi. Una storia che non è passata. È ancora qui, viva, tutta da ascoltare.
E da leggere…

 

Io che venivo dalla storia e dalla cultura delle radio pirata, mosse dalla passione e con un rapporto difficile sia con il potere, sia con il profitto, ho seguito la metamorfosi del panorama radiofonico con molta attenzione e una punta, inevitabile, di malinconia.


LA RIVOLUZIONE DEGLI ASCOLTI
da pag. 139 a pag. 142


I Novanta erano stati il decennio delle radio commerciali, e nei Duemila avevano raggiunto lapogeo,
secondo me, del loro splendore e della potenza che esprimevano.
Il loro peso nel mondo della canzone era enorme, avevano cambiato le abitudini di ascolto di un pubblico vastissimo.

Io che venivo dalla storia e dalla cultura delle radio pirata, mosse dalla passione e con un rapporto difficile sia con il potere, sia con il profitto, ho seguito la metamorfosi del panorama radiofonico con molta attenzione e una punta, inevitabile, di malinconia.
Era un processo che non si poteva e nemmeno si doveva fermare e che ha permesso a tanti di emergere, ha portato all’attenzione del pubblico nuove voci e nuove tendenze. Inevitabilmente, però, da luoghi di ricerca e di passione le radio sono diventate sempre più centri di potere e di grandi business, che attraverso partecipazioni in società di edizione possono capitalizzare la loro capacità di lanciare un artista, di sostenerne il percorso.

Hanno preso addirittura il sopravvento sull’industria discografica, hanno cominciato ad orientare le tendenze, a decidere chi andrà in classifica e chi no, a fare e disfare, attraverso le playlist blindate, le fortune o le sfortune di un artista. Chiaramente, la qualità di ciò che veniva trasmesso e gli interessi commerciali si sono intrecciati sempre di più, in una rete di compromessi che ha avuto analogie più o meno in ogni settore artistico.

In alcune radio ho continuato a ritrovare, anche nei Duemila, la mia passione degli anni Settanta per un mezzo affascinante e capace di far scoprire mondi nuovi, altre faccio fatica ad ascoltarle perchè tornano sempre le stesse canzoni, il gioco è persino troppo scoperto. A un certo punto, cambiare stazione è diventato quasi inutile: sono sempre di più, ma la musica è spesso la stessa e mi sembra di ascoltare sempre la medesima radio, su mille frequenze diverse, Alla fine, mi sono ritrovato con un’identità di ascoltatore di Radio 2, perchè forse è quella che più mi rappresenta.

In questi anni, la distanza tra radio e televisione si è in un certo senso ridotta, modellando un rapporto di interdipendenza: gli artisti che esplodono con la Tv hanno un filo diretto nei lanci radiofonici.

Con l’avvento di quel fenomeno caratteristico degli anni Duemila che sono i talent show, questo è diventato il percorso vita-tipico, uguale per tutti gli esordienti: si parte da un talent, si vince o almeno ci si fa notare, e una radio comincia a mandarti in onda tutto il giorno. Un circolo, virtuoso o vizioso che sia (questo dipende dalla qualità della proposta), un po’ meccanico.

Io sono un romantico da questo punto di vista, lo ammetto. Sta a dimostrarlo tra le altre cose Canzoni alla radio, scritta insieme a Luca Carboni, che contiene l’esperienza di quelli che ascoltavano per scoprire, per sentir arrivare all’improvviso un pezzo dei Pink Floyd e godere, per lasciare aperta la porta all’inatteso.

Una visione completamente diversa, insomma, certo più “vintage”, forse perduta. Volevamo raccontare la capacità della radio di far viaggiare con la fantasia, di dare ali al pensiere mentre la televisionde, un pochino, ce la tarpa imponendoci la verità indiscutibile dell’immagine sullo schermo. L’immagine in movimento è ipnotica, ha un impatto diverso, e se la finestra sul mondo improvvisamente diventa la finestra sel cesso del “Grande Fratello”, gli orizzonti si chiudono, il pensiero rischia di girare a vuoto.

Per questo, malgrado un po’ di delusione rispetto a un percorso radiofonico che avrebbe potuto essere più proficuo per tutti, continuo ad ascoltare e ad amare la radio, che preferisco ad ogni altro mezzo di comunicazione di massa.
Alla televisione mi capita di guardare qualche programma, lo sport, a volte un film, anche se vado più volentieri al cinema, ma già per le notizie mi piace di più ascoltare i giornali radio.
Ho l’impressione che riportino la complessità del reale in un modo più secco e lascino più spazio all’immaginazione, rispetto all’invasività delle immagini. Crediamo a ciò che vediamo, non possiamo farci niente. Per questo il potenziale di manipolazione delle immagini, a dire il vero, mi terrorizza un po’: è facile montarle e costruirle in modo fuorviante, si sa, e far credere vero ciò che non è vero o, più spesso, assoluto ciò che è relativo.
Con le sole parole è più difficile perchè, per dirla in maniera semplicistica, la via per arrivare al cervello è meno diretta.
Ma forse la mia preferenza per la radio è solo dovuta al mio modo personale di assorbire esperienza e informazione: ascoltare mi ha sempre aiutato di più a capire. Anche con la gente, anche con gli amici, con le situazioni lavorative: ascoltare, concentrarsi. Lasciare che le parole ti entrino nella mente e facciano la loro strada piano, cambiandoti, cambiando un po’ anche loro. Un processo attivo invece che passivo.

D’altronde, che cosa volete aspettarvi da un incorreggibile cantastorie?

 

EVOLUZIONI E RIVOLUZIONI
da pag. 153 a pag. 155

Gli Stadio sono una band che ha saputo coniugare evoluzione e rivoluzione. Dal punto di vista del mercato musicale, gli anni Duemila non sono stati un crinale facile da percorrere, perchè la rivoluzione degli ultimi quindi anni è sicuramente quella dei supporti.
Con tempi vertiginosi rispetto ai mutamenti tecnologici del passato, il cd che aveva rimpiazzato il vinile, è stato a sua volta rimpiazzato dal… nulla, ovvero dalla musica che corre sulla rete, immateriale. Spesso gratuita, come tanti altri contenuti.
Altrettanto spesso, scaricata illegalmente.

E’ il progresso, bellezza, e non mi sogno di lamentarmene anche perchè sarebbe inutile. Se penso a a quanto dovevo risparmiare per comprarmi un vinile (che è tuttora una mia passione e spero rimanda sempre disponibile, come piacere da collezionisti: non sono mai stato amante del cd come formato) mi sembra fantastico che tutti possano accedere alla musica in qualunque momento e da qualunque punto del mondo. Questo mutamento però, come è noto, ha portato al collasso in tempi assai brevi un modello di mercato che si reggeva sull’esistenza di supporti a pagamento, per cui ora fare musica è diventato insieme più facile e più difficile.
Più facile perchè produrre musica e farla ascoltare è alla portata di tutti, più difficile perchè vivere della tua musica, poi, è tutta un’altra storia.

Le rivoluzioni vanno gestite, e non lasciate nelle mani delle multinazionali. Considero molto positivamente esperienze come Spotify, un nuovo modo di friuzione che consente di compensare la creatività e il lavoro degli artisti, e dà anche la possibilità di proporre nuove scoperte, proprio come faceva la “nostra” radio. Mi preoccupa un po’ di più leggere – sapendo che è vero – che a decidere la musica che si ascolta nel mondo sono un pugno di trendsetter potentissimi. Al di là di molte teorie della cospirazione, se seguiamo l’evolversi del mercato non c’è dubbio che almeno in parte i nostri consumi siano orientati e indotti.
Ma se nessuna di quelle ottanta, cento persone che nel mondo decidono casa devo ascoltare ha almenono parte i miei stessi gusti, allora mi tocca subirle. E ritrovarsi a non poter più essere liberi di incontrare nuovi artisti e di sperimentare nuove passioni, più che un’evoluzione, sarebbe un’involuzione.

 

Però non credo a chi grida all’apocalisse. Credo che la musica sia un’arte difficilmente inscatolabile: anche quando pernsi di averla inscatolata, qualcosa scappa sempre. Quando pensi di averla stretta in pugno, c’è un dettaglio, un’emozione che ti sfugge, e che andrà a generare altre esperienze. Quindi io sono sempre in attesa della prossima grande rivoluzione. Da dove verrà? Non lo so.
Mi sembra un po’ improbabile che possa trattarsi dei nuovi Beatles o dei nuovi Clash. Ma anche che possa vdenire dai percorsi commerciali “obbligati” di cui si parlava. E che tendono ad assorbire anche le cosiddette “controculture”: per esempio, il rap è un genere che almeno all’inizio è stato più spontaneo, stradaiolo, *on the road in molti sensi, e di battaglia, ma è diventato di moda e come sempre questo rischia di mettere in pericolo l’autenticità del messaggio. Non c’è nulla di nuovo: è accaduto lo stesso per la canzone d’autore, un ambito in cui c’è sempre stato chi credeva nelle storie che raccontava e chi invece raccontava le storie che pensava potessero piacere al pubblico, sceglieva i temi di moda, e gli stili, le parole che potevano garantire più consensi. Il gioco del dare allo spettatore ciò che si aspetta è antico quanto l’arte stessa, quanto i giullari e i menestrelli che dovevano compiacere i signori e i sovrani. Inutile sconvolgersi: bisogna piuttosto prestare attenzione, non abbassare la guardia…

“Voglio, per gli Stadio, una strada con un panorama meraviglioso.
A costo di cambiare tutto, di cambiare anche una nostra visione del lavoro, di cambiare pelle.
In fondo, non sarebbe la prima volta”

(GAETANO CURRERI wikipedia)

 

 

Vi proponiamo alcune pagine interessanti dall’ultimo libro di MASSIMO CIRRI “Sette tesi sulla magia della radio”(Bompiani). Buona lettura!

Un fatto di voce e orecchie e basta. Un solo senso occupato, l’udito; tutti gli altri liberi di fare quello che gli piace…
Se uno solo dei nostri sensi si è sempre acceso vuol dire che il creatore, o l’evoluzione della specie, a seconda di cosa si preferisce, ci ha fatti per essere sempre pronti ad ascoltare la radio. O svegliarci con l’odore del caffè accendendo la radio.

pag 105 106

“…

Già nel 1933 Bertolt Brecht si accorge quanto alla radio manchi una parte fondamentale: “La radio potrebbe essere per la vita pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non solo di trasmettere ma anche di ricevere, non solo di far sentire qualcosa all’ascoltatore ma anche di farlo parlare, non di isolarlo ma di metterlo in relazione con altri. La radio dovrebbe di conseguenza abbandonare il suo ruolo di fornitrice e far si che l’ascoltatore diventi fornitore.

Stanno, le parole di Brecht, in Scritti sulla letteratura e sull’arte, mica in un manuale di radiotecnica, per dire la profondità della questione.

Stessi anni: Walter Benjamin. E’ quello dell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, quello che ci mette davanti all’arte che sta perdendo sacralità, magia e mistero per diventare un oggetto di consumo nella società di massa. Oggetto di consumo, ma sempre meglio di tanti altri. La radio sta nella società delle masse, ne è parte integrante, contribuisce a crearla…


pag. 114 115

“…

Attention, la radio ment, dirà un po’ di anni dopo un manifesto che rappresenta il microfono nel triangolo rosso di pericolo. Lo porteranno in piazza gli studenti, a Parigi, maggio 1968.

Perchè anche finita la guerra, quando la democrazia fa circolare molte idee, resteranno tutte così le radio: asimmetriche, unilaterali, monodirezionali. Un grande senso unico del comunicare. E’ una questione tecnica – oramai gli apparecchi son pensati in questo modo, cosa vuoi farci – e, soprattutto, una questione di linguaggio.

La radio parla il linguaggio impermeabile. Non è neanche un parlare, perchè nessuno – in casa o nelle cose della vita – parla come si parla alla radio. Quello che esce dalla radio, siamo nella radio prima del 1960, è un insieme di parole, atteggiamenti, modi di raccontare le cose e di convocare le persone che dice di una distanza. La radio è là e noi siamo qua. A forza di ascoltarlo, uno che parla alla radio tutte le sere alla stessa ora, nasce una certa familiarità. Ma poca. E resta lì, sospesa. Familiare ma distante. Perchè alla radio parla le persone famose, o quelli del mestiere, e a volte con quel mestiere diventano famosi. Noi, gli ascoltatori, li amiamo, a volte ci piacerebbe incontrarli, se capita lo facciamo, ma alla radio, in onda, noi non ci andiamo mai. Nessun contatto. anche quando alla radio vanno in onda delle trasmissioni che si chiamano Conversazioni, conversazioni non sono perchè parla uno solo e usa un linguaggio che questa distanza – tra chi parla e chi ascolta – la rimarca continuamente.

Poi succede qualcosa. Succede innanzitutto fuori, nel mondo, negli anni sessanta. In tanti luoghi: dall’università di Berkeley, in California, al manicomio di Gorizia, in Italia. In Algeria e nell’Africa che non ne vuole più di essere una colonia. Ci si interroga sul potere e su che linguaggio parli. La lingua è un grande ponte di comunicazione e anche, all’opposto, un muro, un limite, un blocco, una prigione. Perchè la lingua che parlano gli psichiatri – e tutti i medici, tutti gli specialisti di qualcosa – è così oscura? Perchè queste parole oscure che allontanano le persone? Linguaggi della distanza. Perchè in un’intervista alla radio chi parla usa una lingua diversa da quella di tutti i giorni? Viene voglia di cambiare. Si chiama contestazione. “Rottura dell’istituzione linguaggio,” dicono quelli che parlano bene.

Un ribollire di voglia di nuovo che preme dappertutto. Alla radio si fa largo in un dettaglio, crea una fessura, esce fuori con le parole per i dischi. E’ una piccola cosa, nasce nelle radio statunitensi e arriva da noi con trasmissioni in italiano di Radio Luxembourg e di Radio Montecarlo soprattutto, nel 1966: si chiama “dedica”. E’ la frase che precede la messa in onda di un brano musicale su richiesta di un ascoltatore, indirizzato a un altro. “Questo brano è per Giorgia da Marco”. Due parole e poi parte la musica: dura un attimo la dedica. E’ un’inezia. Ma dimostra che la radio è porosa: attraversabile, includente, disponibile. Anche verso l’ascoltatore.”

pag. 230 231 232

“…

C’è una controprova del legame fortissimo tra voce sola e intimità, rapporti umani e il tepore che li fa crescere: il videotelefono. Non ha mai preso piede. la tecnologia c’è ma non lo usa nessuno. Non ci piace, non aggiunge nulla, forse toglie qualcosa. Basta la voce per chiedersi come stai. O dirsi che senza di te non so come fare o che invece non ti sopporto più.

La radio sa fare questa magia: illudermi che sta parlando a me solo, seguirmi anche nel buio, dove ci siamo solo lei e io. E’ la televisione che parla a tutti e finisce che non la sente più nessuno.

Un fatto di voce e orecchie e basta. Un solo senso occupato, l’udito; tutti gli altri liberi di fare quello che gli piace…

Se uno solo dei nostri sensi si è sempre acceso vuol dire che il creatore, o l’evoluzione della specie, a seconda di cosa si preferisce, ci ha fatti per essere sempre pronti ad ascoltare la radio. O svegliarci con l’odore del caffè accendendo la radio.”

(MASSIMO CIRRI wikipedia)